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ORO ex-bene rifugio

In gioielleria e nell’immaginario collettivo l’oro conserva sempre una posizione di primo piano. Anche le banche centrali ci tengono alle proprie riserve auree. E pure l’investitore che diversifica comprando beni non è insensibile al fascino del lingotto e per i meno abbienti anche il lingottino dà le stesse sensazioni del lingotto.
Nel trading invece l’oro è solo occasione di speculazione di breve periodo sia al ribasso che al rialzo determinata quasi esclusivamente dai sistemi automatici.

Ad esempio dal grafico settimanale si possono notare come le inversioni dei vari movimenti direzionali siano brusche come a dire che la grande speculazione non tollera pause prolungate dove c’è poco da guadagnare per cui nel giro di poche sedute le intelligenze artificiali provvedono ad alimentare nuovi trend di breve periodo. Negli ultimi tre anni si notano solo due fasi di congestione; quella a fine 2015 e il primo trimestre 2018 (rettangolo rosso). Tutte le altre fasi di reversal sono ‘appuntite’ e questa potrebbe essere già un buon indicatore per il trader di posizione.

Seconda considerazione sempre di carattere tecnico-grafico e probabilmente utile per il trading: l’oro presenta una discreta regolarità ciclica.
I riquadri in giallo evidenziano l’inizio/fine dei cicli 2015, 2016 e 2017. L’annuale 2018 non è ancora concluso. Il 2016 e 2017 sono entrambi rialzisti  (valore di chiusura superiore a quello di inizio) e formano insieme un biennale rialzista. L’annuale in formazione (2018) e prossimo alla conclusione non può essere considerato rialzista: se l’attuale ribasso – iniziato ad aprile con top in area 1360 che è resistenza fortissima –  si fermasse in area 1240 allora sarebbe un ciclo neutro e l’annuale successivo (che per comodità chiamiamo 2019) non sarebbe ‘vincolato’ cioè potrebbe essere sia rialzista che ribassista o ancora neutro. Se invece il 2018 chiudesse su valori significativamente inferiori a 1240 che è il livello di inizio, allora sarebbe un ciclo ribassista e ben difficilmente verrebbe seguito da un 2019 rialzista.

Volendo dimenticare per un attimo il top storico in area 1900 del settembre 2011 (top di ciclo secolare e fine di un bull market secolare) seguito da un mercato orso concluso a fine 2015 in prossimità della soglia psicologica di 1000, tutto quello che si vede dopo la fine di questo forte ribasso è una reazione tecnica opposta (cioè rialzista) che dura ormai da oltre due anni ma che non ha avuto forza sufficiente per avviare una inversione di lungo periodo. Infatti raggiunta l’area 1360 nel 2016, 2017 e 2018 (triplo massimo) la grande speculazione ha sempre punito i rialzisti troppo ottimisti…
In analisi tecnica questa reazione opposta (pullback) ha creato una figura di ‘triangolo rialzista’ con minimi crescenti e massimi piatti ma occorre ricordare che i tempi lunghi (in questo caso anni) diminuiscono di molto la probabilità che questi pattern trovino conferma tant’è che l’analisi ciclica per il biennio 2018/2019 è tendenzialmente lateral-ribassista.

Terza considerazione ma di carattere macro: l’oro è tradizionalmente considerato bene rifugio. Cioè l’investitore in epoca di forte inflazione, dollaro debole e tassi USA calanti compra oro riallocando parzialmente il proprio portafoglio. Ma il massimo dell’effetto rifugio lo si dovrebbe avere quando Wall Street precipita (trascinando ovviamente tutto l’azionario planetario) e in questo caso non solo i grandi investitori sovrappesano l’oro in ptf ma anche la grande speculazione alimenta il cosiddetto “risk off sentiment” del momento, cioè basta con la propensione al rischio (questo almeno è quanto si dice/scrive ufficialmente ma in realtà è una baggianata perchè il rischio non dorme mai, lo si sposta solo da un asset all’altro a seconda del contesto) vendendo azionario e comprando oro, dollari, yen e bond.
Purtroppo per gli estimatori dell’oro sembra che tutte queste correlazioni vadano in un senso unico opposto, ovvero che lo status di ‘bene rifugio’ non venga più riconosciuto e prezzato dai grandi operatori dei mercati finanziari.

Innanzitutto l’oro è una materia prima assolutamente atipica perchè i prezzi non riflettono mai la legge della domanda offerta, in altre parole le variazioni delle scorte globali e la domanda internazionale non sono parametri presi in considerazione dagli operatori. Questo è un dato di fatto incontrovertibile. Solo occasionalmente, ad esempio in presenza di scioperi importanti dei lavoratori dell’estrazione in Sudafrica, si possono creare dei picchi delle quotazioni ma che hanno sempre carattere di brevissimo periodo, ovvero sono occasione di momentanee speculazioni rialziste e quindi senza nessuna implicazione sui trend di medio e lungo periodo. Secondariamente le aspettative di una crescita assai modesta dell’inflazione occidentale, dell’aumento dei tassi e di una sostanziale stabilità del dollaro sono fattori che non spingono gli operatori a strapparsi di mano l’oro con acquisti al meglio…

E infine l’amara constatazione che quando Wall Street precipita la speculazione tratta l’evento come fosse uno sciopero dei minatori. Il crollo dell’azionario di inizio 2016 aveva cause strutturali da paura (bolla economica cinese in fase di sgonfiamento) tali da determinare la fine del bear market aureo 2011-2015 avviando un trend rialzista di reazione importante ma che per ora, dopo oltre due anni, tale reazione va considerata solo come movimento puramente correttivo e non di avvio di un nuovo mercato toro (cioè movimento debolmente rialzista e con forte tendenza alla lateralizzazione di lungo periodo).
Invece il crollo dell’azionario di inizio 2018 è stata solo una reazione tecnica di fine bolla azionaria amplificata dai sistemi automatici di trading che hanno trascinato tutti i fondi passivi, cioè gli ETF che non hanno di fatto gestione umana e pensante in quanto sono governati solo da algoritmi. In questo frangente l’oro ha avuto una sola giornata di forti acquisti e comunque senza avere forza sufficiente per rompere la resistenza di area 1360; la mancata rottura di questa resistenza ha determinato immediate prese di profitto durate due settimane che hanno riportato i prezzi a 1300 malgrado la volatilità sull’azionario fosse ancora molto alta. Poi la speculazione ha creato ad aprile un altro falso segnale rialzista di medio periodo (un banale e unico spike giornaliero) seguito da un naufragio dei prezzi passati da 1370 a 1255 in due mesi e mezzo.

L’investitore è preparato a rapidi cali di prezzo dell’oro quando le probabilità di aumento dei tassi USA aumentano o quando il dollaro ha forte tendenza a rivalutarsi ma mai si sarebbe aspettato che un rapidissimo crollo di Wall Street (-12%) avrebbe avuto effetti così limitati sui prezzi. E ora, con SP500 e Dow Jones ormai consolidati fra i massimi e minimi di febbraio, l’oro prezza intorno a 1260 ma con primo target evidente a 1240 da raggiungere in pochi giorni.

E’ con amarezza e certo rimpianto che si deve concludere che l’oro non è più un bene rifugio affidabile. Almeno fino ad un nuovo evento catastrofico per i mercati come la Grande Recessione del 2008-2009. La grande speculazione e in buona misura anche i grandi investitori istituzionali ora preferiscono riallocare sui bond, anche perchè l’attuale politica monetaria della FED con continui rialzi dei tassi a tre/sei mesi non convince più di tanto. E l’aumento dei tassi in Europa che potrebbe iniziare a fine 2019 col prossimo governatore della BCE (forse Weidmann) è tanto improbabile quanto sciagurato, per cui la triste morale dovrebbe essere questa: “Oro? no grazie… meglio il BUND uber alles”

E non per infierire ma solo per la cronaca, ecco anche il primissimo taglio ribassista della media 50 sulla 200, il famigerato “death cross” dei media che spaventa l’inesperto e mette sul chi vive il trader sapendo che, pur trattandosi di ennesima convenzione finanziaria essendo pattern predittivo non sostenuto da evidenze statistiche significative, impregna comunque gli algoritmi ribassisti dei sistemi automatici .
Attendiamo eventuale conferma nei prossimi giorni di questo taglio prima di prospettare nuovi target a 1200 e 1150.
Qui sotto sul giornaliero in giallo l’incrocio delle medie e in altro colore la debole reazione rialzista al crollo di Wall Street.
La gamba rialzista precedente, quella iniziata da metà dicembre 2017 e conclusasi grosso modo a fine gennaio col meeting di Davos è dovuta al forte inedebolimento del dollaro di quel periodo; stesso comportamento anche per altre materie prime.

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Preghiera: se questa rassegna può essere di qualche utilità falla conoscere in rete, grazie investimentiprotetti@gmail.com

 

 

 

C’è
una battuta che gira tra i miei colleghi: «Sai qual è la differenza tra il
Giappone e la Grecia?». L’agghiacciante risposta è: «Tre anni». L’ovvio
riferimento è alla situazione del debito pubblico. Per quanto paradossale,
l’accostamento della grande potenza industriale asiatica al piccolo e
disastrato Stato ellenico non è poi così assurdo.

 

 

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